La tecnica per stimolare le precipitazioni è già stata sperimentata in diversi paesi tra cui l’Italia, ma può offrire solo un aiuto temporaneo

Da oltre tre mesi in Honduras non piove e la siccità mette in ginocchio l’agricoltura e minaccia i mezzi di sussistenza di migliaia di famiglie. Intere coltivazioni di mais, caffè, banane, anacardi e fagioli, sono state arse dal sole.
A contribuire alla situazione è anche El Niño, un fenomeno climatico naturale che altera la circolazione atmosferica su scala globale e che, in America centrale, può favorire temperature più elevate e precipitazioni inferiori alla media.

Nel tentativo di salvare quel poco che resta dei raccolti, il ministero dell’Agricoltura honduregno ha deciso di ricorrere alla semina delle nubi con il supporto della start-up messicana Renaissance, specializzata nella modificazione climatica. L’azienda dovrebbe fornire le miscele necessarie alle operazioni, con circa 100 litri per volo.

La tecnica non è nuova e consiste nel disperdere nell’atmosfera sostanze, come lo ioduro d’argento, che possono favorire la formazione di cristalli di ghiaccio o l’accrescimento delle gocce d’acqua all’interno di determinate nubi, aumentando in condizioni favorevoli la probabilità di precipitazioni. La dispersione può avvenire attraverso aerei o altri sistemi. Non si tratta, dunque, di creare nuvole o pioggia dal nulla, ma di cercare di modificare alcuni processi fisici che avvengono nelle nubi già presenti.


Negli ultimi decenni la tecnica è stata sperimentata in diversi Paesi, tra cui Cina, India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti. In Texas, in particolare, viene impiegata nell’ambito di programmi di incremento delle precipitazioni, con risultati che dipendono dalle condizioni meteorologiche e dall’efficacia dei singoli interventi. Le stime di un possibile aumento delle piogge devono essere valutate con cautela, perché dimostrare quanto le precipitazioni siano effettivamente aumentate grazie alla semina delle nubi non è semplice.

Anche l’Italia ha conosciuto questa esperienza. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, il cosiddetto Progetto Pioggia sperimentò tecniche di inseminazione delle nubi in alcune regioni meridionali e insulari, tra cui Puglia, Sicilia, Sardegna e Basilicata. Un precedente che dimostra come l’interesse per la modificazione artificiale delle precipitazioni non sia recente e come, già da decenni, si cerchino strumenti per affrontare la scarsità d’acqua.

Per l’Honduras, tuttavia, la sfida è particolarmente difficile. Il Paese dispone di risorse economiche limitate e deve fare i conti con le conseguenze della siccità su un’agricoltura da cui dipende una parte importante della popolazione. La collaborazione con una società specializzata può fornire un sostegno tecnico, ma non elimina i limiti di una strategia che richiede condizioni atmosferiche favorevoli e non garantisce risultati certi.

La semina delle nubi può quindi rappresentare un aiuto temporaneo, non una soluzione definitiva. Non tutte le nuvole sono adatte al trattamento, le precipitazioni aggiuntive non sono assicurate e gli effetti variano in base alle condizioni locali. Soprattutto, questa tecnica non affronta le cause strutturali della crisi idrica e non può fermare da sola il riscaldamento globale, la desertificazione e l’alterazione dei regimi delle piogge.

Per ridurre la vulnerabilità alla siccità servono interventi di lungo periodo: una gestione più efficiente delle risorse idriche, sistemi di irrigazione meno dispendiosi, infrastrutture per raccogliere e conservare l’acqua, colture più resistenti alla scarsità idrica e politiche di tutela del suolo. Misure indispensabili per aiutare le comunità ad affrontare periodi sempre più difficili, ma che devono inserirsi in una strategia più ampia.

Senza politiche climatiche globali coordinate, capaci di ridurre le emissioni di gas serra, accelerare la transizione energetica e sostenere i Paesi più vulnerabili nell’adattamento ai cambiamenti climatici, gli interventi locali rischiano di restare risposte parziali a un’emergenza destinata a ripresentarsi. La semina delle nubi può forse guadagnare tempo, ma non può sostituire un impegno internazionale concreto: perché contrastare davvero la siccità e la desertificazione significa non soltanto cercare di far piovere oggi, ma proteggere le risorse naturali e il clima da cui dipende l’acqua di domani.

Di Sofia Colafato