Per cinque giorni attorno a Oleshky, cittadina della regione di Kherson occupata dalle truppe russe dal 2022, nessuno ha sparato. La tregua è iniziata alle 3 del mattino del 27 ottobre ed è finita la sera del primo novembre, la pausa più lunga su tutto il fronte dall’inizio dell’invasione.

La città era sull’orlo della catastrofe umanitaria, mancavano cibo, medicinali, elettricità, gas, acqua potabile e, secondo le stime, in città restavano circa 1.500 persone, fra cui quaranta bambini e molti anziani. A impegnarsi attivamente per ottenere una tregua e l’evacuazione dei civili  sono stati diversi esponenti del mondo politico, ma decisivo è Stato l’intervento del Santo Padre e della first lady statunitense Melania Trump che ha meditato l’accordo. In particolare era stato proprio Leone XIV a portare all’attenzione del mondo la tragedia vissuta dalla popolazione di Oleshky. Con appelli, preghiere, telefonate a Putin e Zelensky, il Pontefice aveva chiesto una tregua umanitaria per portare aiuti e permettere l’evacuazione dei civili. Putin, conversando col Papa, aveva accolto la sua richiesta riguardo alla tregua e al corridoio umanitario e lo aveva ringraziato per l’iniziativa, con un’apertura inattesa e sorprendente.

Solo a seguito di questa complessa attività diplomatica internazionale, Kyiv e Mosca hanno annunciato un accordo per un cessate il fuoco locale.

Non si tratta della fine delle ostilità su scala generale, ma di una fondamentale finestra umanitaria. L’obiettivo primario di questa pausa è stato quello di consentire l’ingresso di convogli con generi alimentari e medicinali per una popolazione stremata, garantendo al contempo corridoi di evacuazione sicuri per chi desidera lasciare la zona. In parallelo a questa intesa, le due parti hanno portato avanti anche importanti operazioni di scambio di centinaia di prigionieri di guerra, a dimostrazione del fatto che, nonostante la durezza dello scontro, alcuni canali di contatto operativo restano aperti.

Questa tregua circoscritta si inserisce in un contesto politico più ampio e in continua evoluzione. Nei prossimi giorni, infatti, la diplomazia proverà a fare un ulteriore salto di qualità con l’organizzazione di un vertice trilaterale ad Abu Dhabi, che vedrà seduti allo stesso tavolo i rappresentanti di Ucraina, Russia e Stati Uniti. L’obiettivo sarà quello di verificare se esistano i presupposti per estendere le pause locali a un piano di negoziazione più ampio.

Tuttavia, le posizioni di partenza rimangono fortemente distanti: da un lato l’Ucraina ribadisce con fermezza la volontà di non cedere la propria sovranità territoriale e richiede garanzie di sicurezza internazionali vincolanti; dall’altro la Russia continua a porre come condizione il riconoscimento dei territori occupati e la neutralità strategica del Paese vicino.

Se si allarga lo sguardo oltre la città di Oleshky, la situazione sul campo di battaglia descrive una guerra di posizione e di logoramento. In questo scenario, la tregua di Oleshky non rappresenta la fine del conflitto, ma costituisce un prezioso banco di prova: dimostra che la diplomazia umanitaria può ancora ottenere risultati concreti e lascia aperta la speranza che questi piccoli passi possano un giorno trasformarsi in un vero percorso di pace.

Di Nicolò La Torre