Il caso di una giovane ricercatrice morta in Russia ha riacceso l’attenzione sulla peste polmonare e sulla sicurezza dei laboratori biologici.
Immagina un batterio capace di viaggiare nel tempo: dalla preistoria fino ai nostri giorni, sempre presente, sempre in agguato. Si chiama Yersinia pestis e, in Siberia, ha una storia particolarmente lunga e intensa.
Circa 5.500 anni fa, sulle rive del lago Bajkal, un gruppo di cacciatori-raccoglitori si trovò improvvisamente a fare i conti con un nemico invisibile. Gli scienziati hanno trovato le tracce più antiche di questo patogeno proprio nei denti di quelle persone sepolte in quattro piccoli cimiteri. In quasi quattro individui su dieci c’era il DNA della peste. E non erano adulti robusti: molti erano bambini e ragazzi, spesso deposti insieme ai fratelli nelle stesse tombe. Un segnale chiaro di un’epidemia che colpiva intere famiglie in poco tempo.
Quei ceppi antichi erano diversi da quelli che secoli dopo avrebbero seminato il terrore in Europa.
In Siberia la peste non è mai sparita del tutto. Nelle montagne dell’Altaj e in altre zone del sud della regione, le marmotte e altri piccoli mammiferi continuano a ospitare il batterio. Ogni tanto qualcuno si ammala, quasi sempre per contatto diretto con animali infetti. Per questo la Russia mantiene da decenni una rete di istituti specializzati, tra cui quello di Irkutsk, dove si studia e si monitora il patogeno.
Lo scorso ottobre la morte di una giovane tecnica di laboratorio di 28 anni che lavorava presso questo istituto ha riacceso i riflettori su questa questione. Era stata ricoverata per una polmonite grave e non ce l’ha fatta. Alcuni media hanno parlato di un possibile incidente con il batterio e di un sospetto caso di peste polmonare. Le autorità russe, però, sminuiscono definirla una “polmonite di origine sconosciuta” e dichiarando che i test non hanno trovato Yersinia pestis né nella paziente né tra le circa duecento persone messe sotto osservazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha valutato il rischio come basso, anche se ha chiesto maggiore trasparenza.
Le diverse “facce” di Yersinia pestis
Questo batterio non si presenta sempre allo stesso modo. Le forme cliniche principali sono tre, e cambiano a seconda di dove si insedia nel corpo:
La peste bubbonica è la più comune. Arriva quasi sempre attraverso il morso di una pulce infetta. I linfonodi si gonfiano formando i classici “bubboni” dolorosi, di solito all’inguine, sotto le ascelle o al collo. È grave, ma con gli antibiotici di oggi si cura piuttosto bene se presa in tempo.
La peste setticemica si verifica quando il batterio invade il sangue. Può svilupparsi da sola oppure come complicazione della forma bubbonica. I sintomi sono più sistemici e la situazione può precipitare rapidamente.
La peste polmonare è quella che preoccupa di più. Colpisce i polmoni e può trasmettersi da persona a persona attraverso le goccioline di saliva emesse con la tosse. È la forma più aggressiva e, se non trattata subito, ha un tasso di mortalità elevatissimo. È proprio questa variante che ha generato allarmi in occasione di incidenti di laboratorio o di casi sospetti.
Con il tempo, Yersinia pestis ha acquisito nuovi geni e si è specializzata, dando origine ai ceppi responsabili delle grandi pandemie storiche: la peste di Giustiniano, la Peste Nera del Trecento e le epidemie più recenti. Oggi, nei focolai naturali, circolano soprattutto linee “moderne” adattate ai roditori selvatici.
Oggi la peste non è più lo spauracchio medievale capace di spopolare intere città. Con gli antibiotici e le misure di isolamento, le forme più pericolose possono essere contenute. Resta però un patogeno serio, specialmente nelle aree dove vive ancora nei suoi serbatoi animali. La Siberia, con la sua storia lunghissima e i suoi focolai naturali, ci ricorda quanto questo batterio sia antico, adattabile e ancora capace di sorprendere.
Di Emilio Stamato