È la seconda catastrofica alluvione lampo in sole sei settimane
Una devastante ondata di fango e detriti ha travolto il Nepal centro-settentrionale, scatenando il panico nella comunità rurale di Chumanubri e cancellando intere comunità montane. Il disastro è stato innescato nelle prime ore del mattino dell’11 ottobre 2026 da una massiccia valanga mista a un crollo glaciale distaccatosi tra le vette del Chamar Himal e del Syerangi Himal, la quale ha scaricato milioni di metri cubi di roccia in un affluente del fiume Budhi Gandaki. Il temporaneo sbarramento del corso d’acqua ha formato una gigantesca diga naturale nei pressi di Chumchet che, cedendo improvvisamente sotto l’immensa pressione idrica, ha liberato una colata viscosa di fango ad altissima densità che ha fatto schizzare il livello del fiume da due a quasi 8,5 metri d’altezza in pochissimi istanti. La furia della corrente ha investito in pieno il villaggio di Jagat e gli insediamenti limitrofi, radendo al suolo interi quartieri. Le autorità hanno confermato che almeno 204 abitazioni sono state gravemente danneggiate o distrutte, lasciando oltre 650 persone direttamente colpite dal disastro e prive di un tetto. Oltre ai danni catastrofici alle proprietà private, il fango ha totalmente sommerso il campo base logistico, i prefabbricati residenziali e i macchinari pesanti di un importante progetto idroelettrico locale, trascinando via le infrastrutture in costruzione e investendo gli operai che si trovavano all’interno del cantiere. La localizzazione geografica dell’evento ha immediatamente configurato una grave emergenza internazionale, poiché la colata ha cancellato lunghi tratti dei sentieri escursionistici della celebre e frequentatissima regione del Manaslu, lasciando oltre cento trekker stranieri e le loro guide intrappolati nei rifugi d’alta quota senza alcuna via di fuga terrestre. L’esercito nepalese ha risposto attivando un imponente ponte aereo d’emergenza con l’impiego di elicotteri militari che, sfidando le difficili condizioni meteorologiche e la scarsa visibilità d’alta quota, sono riusciti a trarre in salvo circa novanta persone.
Nonostante gli sforzi eccezionali dei soccorritori, le squadre di emergenza mantengono alta l’allerta e continuano a scavare tra i detriti alla ricerca di un numero imprecisato di dispersi, stimato attualmente tra le cinque e le dieci persone, in gran parte operai edili sorpresi dall’esondazione mentre dormivano nei dormitori del cantiere idroelettrico.
Questo nuovo dramma si abbatte su una nazione già profondamente ferita, rappresentando la seconda catastrofica alluvione lampo in sole sei settimane dopo il devastante collasso glaciale che il 26 agosto 2026 aveva flagellato i distretti di Rasuwa e Nuwakot, provocando circa 1.400 morti e oltre 6.000 dispersi ufficiali lungo il confine con il Tibet.
La frequenza ravvicinata di questi cataclismi ad alta quota accende nuovamente i riflettori globali sulla drammatica vulnerabilità della regione himalayana, dove l’aumento delle temperature sta accelerando il degrado del permafrost e l’instabilità dei ghiacciai.
Di Raffael Cosentino
E Antonio Franceschelli