Dopo i primi dodici giorni di conflitto gli USA hanno già bruciato 3 miliardi di dollari e il Golfo persico è devastato dai raid.

Il cielo sopra la capitale iraniana si è trasformato in una distesa scura, infatti da giorni una gigantesca nube di fumo e fuliggine copre gran parte della città, oscurando il sole e rendendo l’aria pesante e quasi irrespirabile. La causa sono gli incendi scoppiati nei grandi depositi di petrolio colpiti dai bombardamenti durante l’ultima fase della guerra.

Dalle prime ore del mattino, colonne di fumo nero si sono innalzate sopra diversi quartieri della città di Teheran, mostrando un panorama quasi apocalittico. L’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha avvertito che l’esposizione all’aria inquinata e alla pioggia tossica potrebbe comportare gravi rischi per la salute.

 Dodici giorni dall’inizio del conflitto

La guerra è iniziata il 28 febbraio 2026, quando Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato una vasta operazione militare contro l’Iran colpendo basi militari, centri di comando e siti legati al programma nucleare iraniano. Gli attacchi iniziali sono stati condotti con raid aerei e con missili da crociera lanciati dalle basi presenti nel Golfo Persico. Nei primi bombardamenti sono stati colpiti obiettivi strategici in diverse aree del paese, tra cui comandanti militari e figure politiche di alto livello. La morte della guida suprema iraniana Ali Khamenei, avvenuta il primo giorno di guerra, ha segnato un punto di svolta politico per il paese.

Israele e Stati Uniti hanno risposto con sistemi di difesa antimissile e con nuovi bombardamenti su basi militari e infrastrutture energetiche iraniane.

Con il passare dei giorni il conflitto si è esteso a diverse aree del Medio Oriente. Missili e droni iraniani sono stati lanciati contro basi militari, porti e infrastrutture energetiche in vari paesi della regione: Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita. Raffinerie, aeroporti e depositi di carburante sono diventati obiettivi strategici perché rappresentano nodi fondamentali per l’economia e per l’approvvigionamento energetico mondiale. Questo ha fatto crescere rapidamente la tensione internazionale e ha alimentato il timore che la guerra possa coinvolgere altri paesi.

In particolare il traffico nello stretto di Hormuz, il corridoio marittimo da cui transita il 20% del greggio mondiale, è stato bloccato innescando rialzi del prezzo del petrolio che avranno ripercussioni sull’economia globale.

Nella giornata di ieri la Marina statunitense ha colpito sedici navi posamine iraniana nei pressi di Hormuz con cui Teheran voleva minare le rotte marittime del greggio.

Intanto nuove ondate di attacchi hanno colpito le diverse zone di guerra. A quanto pare, la giornata di ieri è stata caratterizzata dalla più densa serie di raid dall’inizio del conflitto. In particolare l’IDF ha nuovamente colpito Beirut e Teheran provocando diverse morti tra i civili.

Anche l’establishment iraniano ha affermato di aver portato a termine “il più vasto attacco missilistico” colpendo Tel Aviv e varie basi militari e sedi diplomatiche statunitensi. Due droni iraniani hanno invece colpito l’aeroporto internazionale di Dubai, ferendo quattro persone.

Il  primo amaro bilancio della guerra

Secondo il Rapporto HRANA (Human Rights Activists News Agency) nei primi dodici giorni di conflitto sono morte circa 1.700 persone, di cui 1.200 sono civili, un costo umano che purtroppo è destinato a salire. Donald Trump nel frattempo ha dichiarato che la guerra finirà presto e che ora il mondo è più sicuro. Resta il fatto che sono stati già bruciati circa 3 miliardi di dollari, un costo economico che sicuramente avrà ripercussioni sugli equilibri mondiali.

Di  Lorenzo Curcio

Alessandro Pugliese

Nino Mario Pasqua