La metropolitana di New York da qualche tempo è tappezzata dallo slogan pubblicitario HAVE YOUR BEST BABY  con cui un’azienda assicura ai futuri genitori di far nascere “il bambino migliore” attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale.  La Nucleus Genomics offre infatti servizi di fecondazione in vitro promettendo di svolgerli nel “modo giusto”, cioè sottoponendo una decina di embrioni di ogni coppia  al cosiddetto scoring poligenetico, cioè un processo di valutazione e selezione attraverso l’AI, che permette di determinare quale sia l’embrione “migliore” da impiantare.

L’obiettivo dichiarato delle aziende che offrono questi servizi è garantire una scelta riproduttiva più consapevole, aumentando le probabilità che il futuro bambino sia sano e presenti caratteristiche considerate particolarmente desiderabili e vantaggiose.

Il processo consiste nella creazione di diversi embrioni per ogni coppia. Ogni embrione viene poi sottoposto a valutazioni genetiche approfondite, che considerano sia il rischio di malattie ereditarie o genetiche, come Alzheimer o diabete di tipo 2, sia tratti fisici ed estetici come altezza e colore degli occhi, ma soprattutto il quoziente intellettivo, stimato attraverso punteggi derivati da dati genetici e statistiche. In questo modo le aziende cercano di individuare il cosiddetto “super-embrione”, quello con le migliori prospettive secondo i criteri adottati 

Si tratta di procedure costose, che possono arrivare a circa 40 mila dollari per la valutazione di 20 embrioni, rendendole accessibili soprattutto a famiglie con redditi elevati. Non a caso, questi servizi si concentrano in città come New York e in Stati come la California, dove il reddito medio pro capite è molto più alto rispetto ad altre aree degli Stati Uniti. In queste regioni, il costo elevato non solo è affrontabile, ma contribuisce anche a rendere il servizio un simbolo di status sociale. 

Oltre agli aspetti scientifici, emergono questioni etiche rilevanti. Il processo implica la selezione tra embrioni, molti dei quali vengono scartati e non impiantati. Questo solleva interrogativi su quali vite vengano considerate “preferibili” e se sia giusto decidere in anticipo il destino di esseri umani potenziali. Alcuni filosofi e bioeticisti hanno paragonato il procedimento a una sorta di competizione tra embrioni, in cui solo uno “vince”. Questa pratica  ha anche risvolti ideologi, infatti l’intenzione di alcuni filosofi transumanisti, come Nick Bostrom, è addirittura quella di generare 1000 embrioni per ogni essere umano, per poi scartarne 999 alla ricerca dell’unico che assicuri la generazione del “superuomo”.

Un altro tema importante riguarda la percezione della normalità. Alcuni esperti sottolineano che non tutto deve essere perfetto per avere valore. Persone con caratteristiche diverse o senza punteggi genetici ideali possono comunque contribuire in maniera significativa alla società. La selezione basata su criteri ristretti rischia di promuovere una società più uniforme e meno inclusiva.

Dal punto di vista legale, la situazione è complessa. In Europa, il regolamento sull’intelligenza artificiale (Al Act) non vieta l’uso dell’AI per analisi genetiche sugli embrioni, né lo scoring, mentre in Italia la legge sulla procreazione medicalmente assistita limita questi interventi principalmente alle malattie gravi. Tuttavia, molti ricorrono al turismo procreativo, rivolgendosi a cliniche estere per aggirare i vincoli nazionali, rendendo questi servizi accessibili solo a chi ha risorse economiche alte.

A ben vedere però, nonostante le promesse, restano molte incognite su questo processo riproduttivo. Infatti non c’è modo di garantire che l’embrione selezionato risulti effettivamente più sano o più intelligente di un altro, perché le previsioni si basano su dati statistici. Allo stesso modo, non esiste certezza che queste caratteristiche portino al successo personale o alla felicità nella vita, la cui ricerca è richiamata nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti come diritto fondamentale di ogni persona. Ancora, chi garantisce che quella selezione tanto scientifica non privi il mondo di esseri umani straordinari e significativi anche se non particolarmente belli e sani? Ma soprattutto occorre domandarsi perché non si debba tornare a riconoscere la dignità di ogni vita anche se ordinaria o imperfetta. 

Di Sofia Lucinda Andreoli e Colafato Sofia