Negli ultimi anni la tecnologia non si limita più a semplificare la vita quotidiana, ma entra in ambiti sempre più profondi e delicati fino a toccare il modo in cui le persone vivono il dolore e la perdita. È proprio da questa trasformazione che nasce la Grief Technology, un fenomeno in forte espansione soprattutto negli Stati Uniti, che unisce intelligenza artificiale ed emozioni creando nuove forme di relazione con chi non c’è più.

Questi servizi digitali permettono di mantenere un legame con una persona scomparsa attraverso sistemi avanzati, che ricreano voce modo di parlare e atteggiamenti, a partire da materiali reali, come messaggi, email, registrazioni vocali e video. I dati vengono analizzati e rielaborati fino a costruire una vera e propria copia digitale con cui è possibile interagire in modo continuo e sorprendentemente realistico. Alcune piattaforme offrono anche la generazione di video chiamate deepfake, in cui il volto e le espressioni vengono riprodotti con grande precisione rendendo l’esperienza ancora più coinvolgente e difficile da distinguere dalla realtà. Il tutto viene venduto sotto forma di pacchetti che vanno da circa 100 fino a oltre 1000 dollari, a seconda del livello di personalizzazione e della qualità del risultato.

Questo tipo di tecnologia attira sempre più persone perché risponde a un bisogno umano molto forte, cioè il desiderio di non perdere del tutto il contatto con qualcuno di importante. Infatti molti utenti trovano conforto in queste interazioni e riescono a sentirsi meno soli, mantenendo una sorta di dialogo che nella realtà si è interrotto. Allo stesso tempo però, si sviluppa anche un legame che può diventare difficile da gestire, perché l’abitudine a comunicare con la versione digitale porta alcune persone a cercare sempre più spesso quel contatto fino a creare una dipendenza emotiva, in cui l’assenza della simulazione provoca disagio e senso di vuoto simile a una forma di astinenza.

Accanto a questi aspetti emergono questioni etiche complesse che riguardano il consenso e l’identità digitale, dato che una persona non può decidere come verrà ricreata dopo la morte e i familiari possono avere opinioni diverse su cosa sia giusto fare. Inoltre resta il problema di stabilire a chi appartengano i diritti in merito alla voce, all’immagine e ai dati personali, quando qualcuno non c’è più e fino a che punto sia corretto utilizzarli per costruire una presenza artificiale che continua a esistere nel tempo.

La Grief Technology mostra quindi il lato più complesso del progresso, perché da una parte offre conforto e mantiene vivi i ricordi, mentre dall’altra rischia di confondere il confine tra presenza e assenza trasformando il ricordo in qualcosa di attivo e continuo. In questo modo cambia profondamente anche il modo in cui le persone affrontano il lutto, perché invece di accettare la fine di un rapporto possono rimanere legate a una sua versione digitale, che non scompare mai ed è proprio questa ambiguità a rendere il fenomeno così discusso e significativo nella società contemporanea.

Di Sofia Colafato, Cecilia Bufanio e Bonesi Maria Francesca