Media israeliani dichiarano morti Larijani e Soleimani
La guerra non cala di intensità nei cieli del Medio Oriente. Un’ondata di attacchi è stata lanciata nella notte dalle forze Idf diretta su Teheran, dove, secondo fonti israeliane, un raid avrebbe coinvolto il capo del Consiglio di Difesa Larijani, leader di fatto della Repubblica Islamica. Ma tra le vittime illustri degli ultimi attacchi ci sarebbe anche Soleimani, capo dei Basij, forze dell’apparato armato del regime iraniano.
Continuano massicci attacchi in Iran e Libano
In Iran i bombardamenti hanno interessato diverse città strategiche tra cui Teheran, Isfahan e Hamadan. I raid hanno preso di mira basi militari, depositi di carburante e centri di comando, causando distruzioni e vittime tra il personale militare.
Ma Una delle regioni più colpite è soprattutto il Libano dove continuano massicci bombardamenti ed è in atto un’emergenza umanitaria per centinaia di migliaia di profughi. L’ultimo bilancio conta quasi 900 morti, 14 nelle ultime ore, di cui quattro sono bambini.

La risposta iraniana in Israele e nei Paesi del Golfo
Anche in varie città israeliane, tra cui Tel Aviv, le sirene antiaeree hanno risuonato più volte nelle ultime ore per i continui attacchi iraniani e degli alleati: i militari di Hezbollah e Hamas.
Nella notte la controffensiva iraniana ha aperto il fuoco anche sui Paesi del Golfo. Gli Emirati hanno chiuso lo spazio aereo: esplosioni sono state registrate a Dubai e Abu Dhabi.
In Arabia Saudita gli attacchi si sono concentrati nella regione orientale del Paese, in particolare nelle città di Dhahran e Dammam, dove droni e missili hanno colpito infrastrutture energetiche e impianti petroliferi. Anche l’area di Ras Tanura, sede di una grande raffineria, ha subito esplosioni e incendi.
Nel Bahrein la tensione si è concentrata soprattutto nella capitale Manama, dove attacchi con droni hanno provocato incendi e danni nelle zone vicine alla base della Quinta Flotta statunitense, una delle installazioni militari più importanti del Golfo.
Le minacce ai contingenti italiani
Risale invece a domenica scorsa l’ennesimo attacco dei droni iraniani, il quarto in due settimane, alla base di Ali Al Salem in Kuwait, che ospita anche il contingente italiano, per fortuna rimasto incolume. Le perdite materiali però ci sono. Lo ‘shaed’di Teheran ha colpito un capannone mandando in frantumi il drone all’interno: un ‘Predator/Reaper’ da ricognizione della task force aeronautica italiana.
Lo scorso 12 marzo un altro drone aveva colpito la sede di una base militare italiana nel Kurdistan iracheno, provocando danni a infrastrutture e materiali.

Una coalizione per Hormuz
Un punto centrale della crisi è lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo, di fatto bloccato dal governo iraniano. Da questo stretto transita un quinto del petrolio mondiale e numerose navi commerciali dirette verso Europa e Asia.
Il presidente Donald Trump, intenzionato a sbloccare Hormuz, ha lanciato un appello agli alleati Nato, ma anche a tutti coloro che stanno subendo le conseguenze del blocco, per un’azione di pattugliamento congiunta per garantire il passaggio nello stretto. L’appello non è rivolto solo ai paesi occidentali, ma anche Cina, Giappone e Corea del Sud.
In Europa prevale la linea della cautela, e già Stati come l’Inghilterra e la Germania hanno di fatto declinato l’invito, mentre la responsabile della politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, ha spiegato che a Bruxelles non c’è disponibilità ad allargare ad Hormuz il mandato di Aspides, la missione europea nata nel 2024 per proteggere il traffico commerciale nel Mar Rosso.
Anche fuori dall’unione il clima non cambia molto, la Cina, in particolare, respinge la proposta americana di inviare navi e ribadisce la sua linea che punta a proteggere i propri interessi energetici evitando di schierarsi. Infatti sembra che le navi dirette a Pechino continuino a transitare alla luce del rapporto privilegiato con Teheran. Pechino ha infatti accumulato scorte strategiche di greggio stimate tra 1,3 e 1,4 miliardi di barili.

Pericolo recessione globale
Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz sta proiettando l’economia mondiale verso lo spettro di una recessione globale, alimentata da uno shock energetico senza precedenti.
Più a lungo il varco resterà interdetto, più insostenibile diventerà la pressione inflazionistica sui costi di produzione e trasporto in ogni continente.
L’instabilità nella zona sta già provocando ripercussioni sui mercati energetici: il prezzo della benzina e del gasolio è in aumento e potrebbero verificarsi difficoltà nel trasporto di alcuni beni non essenziali a causa dei ritardi nel commercio internazionale.
Di Alessandro Abbate
E Sofia Andreoli