Victor Glover trasmette un messaggio di unità dal punto più lontano dalla Terra mai raggiunto da un essere umano
Noi siamo in un’astronave lontanissima, ma voi siete su un’astronave chiamata Terra, creata per darci un posto dove vivere nell’universo
Con queste parole Victor Glover, astronauta della missione Artemis II, ci ha ricordato, in questi giorni dominati da minacce, ultimatum e violenza, quanto sia unico il nostro pianeta, definito “un’oasi in mezzo a quella manciata di nulla che è l’universo”. Nel suo discorso Glover ha invitato l’umanità a percepirsi come un tutt’uno e a superare le differenze in nome della collaborazione.
Victor Glover è uno dei quattro astronauti a bordo della capsula Orion “Integrity”che hanno intrapreso questo incredibile viaggio nello spazio profondo per dimostrare che l’Umanità può tornare a viaggiare verso la Luna in sicurezza, aprendo la strada alle future missioni con allunaggio.

Grazie alle immagini inviateci dagli astronauti, l’umanità ha potuto ammirare la Terra dal punto più lontano in cui l’uomo sia mai giunto (circa 406 771 Km) e ciò ha rappresentato non solo un’occasione unica, ma un vero e proprio cambiamento di prospettiva per tutti noi. Glover, come altri astronauti prima di lui, vedendo il nostro pianeta nella sua totalità sospeso nel silenzio assoluto e gelido dello spazio, ha descritto un momento di profonda consapevolezza, improvvisa e irreversibile, determinata dal cosiddetto “Overview effect” o effetto panoramica, che fa percepire l’unicità della terra e il fatto che essa sia una cosa sola e fragile nell’oscurità del nulla cosmico. Comprendere di essere parte di un tutto porta a cancellare la distanza tra “noi e loro” , i confini nazionali e le ideologie che dividono l’umantà e che troppo spesso ci appaiono insormontabili.

Dall’alto quelle linee sulle mappe , per le quali si versa il sangue, si rivelano essere nient’altro che un’illusione collettiva che noi stessi abbiamo creato.
Le sue parole ci spiegano anche il significato più profondo della missione Artemis II: proprio come gli astronauti devono proteggere la loro navicella, anche noi dobbiamo prenderci cura del nostro pianeta.

Il successo della Missione Artemis II
Durante i circa 10 giorni di missione, gli astronauti hanno compiuto con successo il flyby della Luna, passando dietro il nostro satellite, regalandoci le immagini spettacolari dell’Earthset, la Terra che tramonta dietro la Luna, per poi cambiare traiettoria sfruttando la gravità lunare e iniziare il viaggio di ritorno verso la Terra. Gli astronauti hanno così avuto modo di testare tutti i sistemi fondamentali della capsula Orion, dal supporto vitale alla navigazione, fino alle comunicazioni a lunga distanza. L’equipaggio ha inoltre osservato parti della Luna che non erano mai state viste, la cosiddetta dark side, la faccia nascosta della Luna, quella che non vediamo mai per via dei movimenti reciproci della Terra e del nostro satellite naturale.

Il rientro sulla Terra
Alle 02:07 italiane dell’11 aprile a largo di San Diego in California è previsto l’ammaraggio della capsula Orion con a bordo i quattro astronauti della missione. Prima dell’ingresso in atmosfera Orion si separerà dal modulo di servizio europeo, che ha fornito energia, propulsione e supporto per tutta la missione, e proseguirà con la sola capsula verso l’Oceano Pacifico. Quest’ultima è stata progettata per resistere alle condizioni estreme del rientro nell’atmosfera terrestre, che avverrà a circa 11Km/s (quasi 40.000 Km/h), affrontando temperature elevatissime. Negli ultimi minuti si apriranno i paracadute che rallenteranno Orion fino all’ammaraggio a cui seguirà la fase di recupero.

Artemis 2 è la prima missione con equipaggio umano del programma NASA Artemis e segna il ritorno dell’uomo nello spazio profondo dopo oltre 50 anni dal programma lunare Apollo. Gli astronauti, una volta tornati, avranno percorso complessivamente più di un milione di chilometri e, di tutti i miliardi di persone vissuti sulla Terra nella sua storia, saranno quelle a essersi allontanate di più dalla nostra casa comune.
Almeno per ora.
Di Nicolò La Torre
e Filippo Orlando